Proprietà collettiveproprietà_collettive

Premessa

Si tratta di una prima analisi, forse frammentaria, della legge Norme in materia di diritti collettivi nella immediatezza della sua entrata in vigore il 13 dicembre 2017, spero comunque utile per chi è interessato al fenomeno giuridico delle terre di proprietà comune, non residuo del passato, ma realtà viva del presente.

Il Senatore Onorevole Giuseppe Romanini definisce la Legge n. 168 del 20.11.2017 come “un provvedimento che fornisce una sistemazione giuridica a quelle diverse, eterogenee situazioni giuridiche legate al godimento da parte di una determinata collettività di specifiche estensioni di terreno, di proprietà sia pubblica che privata, abitualmente riservate ad un uso agro-silvo-pastorale. Il provvedimento istituisce la figura giuridica dei domini collettivi, termine con il quale ci si riferisce ad una situazione giuridica in cui una data estensione di terreno è di proprietà di una collettività determinata, per modo che solo chi fa parte di quella collettività può trarre utilità da quel bene indipendentemente dal fatto che lo stesso possa essere sfruttato individualmente o congiuntamente tra tutti gli aventi diritto”.

Nella sua relazione il Parlamentare prosegue affermando che: “Allo stato attuale, i domini collettivi appartengono a una di queste due situazioni: proprietà già dotate di una personalità giuridica derivante da antiche consuetudini, riconosciuta da precedenti leggi dello Stato; proprietà non dotate di una personalità giuridica, perché frutto della concentrazione di diritti collettivi effettuata all’esito della legge 1766 del 1927, che oggi appartengono formalmente al patrimonio indisponibile dei comuni. Il disegno di legge intende allora uniformare il regime giuridico delle proprietà collettive appartenenti al primo tipo ed estenderlo a quelle del secondo tipo, onde consentire a queste proprietà di essere convenientemente gestite ed avere certezza nei rapporti giuridici con i terzi, privati come pubblici”. Ancora prosegue dicendo: “Solo in taluni casi il patrimonio collettivo viene gestito da un ente dotato di personalità giuridica; in assenza di tale ente dotato di personalità giuridica privata, il bene è amministrato dall’amministrazione comunale ed è questa la situazione più diffusa in Italia, specie nel sud e nelle isole”.

Infatti, dal censimento dell’ISTAT del 2010 risulta che dei quasi 17 milioni di ettari di superficie agricola totale in Italia, ben 1,668 milioni di ettari (il 9,77%) risulta appartenere a “Comunanze, Università Agrarie, Regole o Comune che gestisce le Proprietà Collettive“.

La legge 20.11.2017, n. 168 titolata “Norme in materia di domini collettivi” si compone di soli tre articoli: Art. 1. Riconoscimento dei domini collettivi; Art. 2. Competenza dello Stato; Art. 3. Beni collettivi.

Natura giuridica dei domini collettivi

L’articolo 1, rubricato “Riconoscimento dei domini collettivi”, recita al comma 1:

“In attuazione degli articoli 2, 9, 42, secondo comma, e 43 della Costituzione, la Repubblica riconosce i domini collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie:

  1. a) soggetto alla Costituzione;
  2. b) dotato di capacità di autonormazione, sia per l’amministrazione soggettiva e oggettiva, sia per l’amministrazione vincolata e discrezionale;
  3. c) dotato di capacità di gestione del patrimonio naturale, economico e culturale, che fa capo alla base territoriale della proprietà collettiva, considerato come comproprietà inter-generazionale;
  4. d) caratterizzato dall’esistenza di una collettività i cui membri hanno in proprietà terreni ed insieme esercitano più o meno estesi diritti di godimento, individualmente o collettivamente, su terreni che il comune amministra o la comunità da esso distinta ha in proprietà pubblica o collettiva.

L’articolo 1, comma 1, riconosce i domini collettivi come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie. Si ricorda in proposito che l’articolo 118, quarto comma, della Costituzione riconosce il cosiddetto principio di sussidiarietà orizzontale, laddove ha previsto che Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. Da qui si fa discendere la capacità di auto normazione e di amministrazione delle collettività organizzate di cittadini nello svolgere un’attività di interesse generale, quale quella della valorizzazione dei propri beni a fini ambientali. La disciplina della gestione dei beni civici trova la propria fonte naturale nello statuto dell’associazione dei titolari dei beni civici.

I domini collettivi sono soggetti alla Costituzione (lett. a) e trovano il loro fondamento negli articoli 2 (che riconosce le formazioni sociali dove l’individuo svolge la sua personalità), 9 (il quale assegna alla Repubblica la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione), 42, (il quale riconosce la funzione sociale della proprietà privata), e 43 (secondo il quale possono essere riservate originariamente o trasferite allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori ed utenti determinate imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali, a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale). Il riferimento all’art. 42 Cost. secondo comma sancisce la funzione sociale della proprietà privata.

Il riferimento all’art. 43 Cost. si comprende solamente con riferimento all’art. 3, comma 8, della L. 168/2017, in base al quale nell’assegnazione di terre-beni collettivi ai sensi della legge in esame, gli enti esponenziali delle collettività devono dare priorità ai giovani agricoltori.

I domini collettivi sono inoltre dotati di capacità di produrre norme vincolanti valevoli sia per l’amministrazione soggettiva e oggettiva, che per l‘amministrazione vincolata e discrezionale (lett. b). Hanno la gestione del patrimonio naturale, economico e culturale che coincide con la base territoriale della proprietà collettiva (lett. c) ”caratterizzato dall’esistenza di una collettività i cui membri hanno in proprietà terreni ed insieme esercitano più o meno estesi diritti di godimento, individualmente o collettivamente, su terreni che il comune amministra o la comunità da esso distinta ha in proprietà pubblica o collettiva” (lett. d).

Questa disposizione ha dato adito a dubbi interpretativi. Certamente i domini collettivi si caratterizzano per l’esistenza di una collettività che è proprietaria collettivamente dei beni e che esercita, individualmente o congiuntamente, i diritti di godimento sui terreni sui quali insistono tali diritti. Ma secondo Romanini “Il Comune svolge di norma funzioni di amministrazione di tali terreni salvo che la comunità non abbia la proprietà pubblica o collettiva degli stessi” (lett. d). Secondo A. Germanò invece la disposizione dovrebbe leggersi: “…che il comune amministra o la comunità da esso distinta ha in proprietà rispettivamente pubblica o collettiva”. Dunque, la proprietà sarebbe pubblica se del Comune; collettiva se della comunità.Personalmente ritengo che sia corretta l’impostazione di Romanini in quanto esistono forme di proprietà collettiva aventi personalità giuridica pubblica, come ad esempio in Veneto dove si possono trovare le “Amministrazioni separate dei beni di uso civico frazionali” cui è attribuita la personalità giuridica di diritto pubblico, ai sensi della L.R. 22.07.1994 n. 31.

A mio avviso la disposizione in esame non è di immediata comprensione e, per come è stata scritta, non riflette quanto affermato dall’Onorevole Romanini.

L’articolo 1, comma 1, lettera d) riconosce i domini collettivi come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie:

  • caratterizzato dall’esistenza di una collettività i cui membri hanno in proprietà terreni
  • ed insieme esercitano più o meno estesi diritti di godimento, individualmente o collettivamente,
  • su terreni che il Comune amministra
  • o la comunità da esso distinta ha in proprietà pubblica o collettiva.

E’ dunque necessario operare una distinzione fra la proprietà dei beni ed il diritto di godimento su di essi. La disposizione sembrerebbe ricondurre alla definizione di domini collettivi solamente le ipotesi caratterizzate dall’esistenza di una collettività che sia (direttamente) proprietaria dei terreni e dunque, non anche, quelle ipotesi in cui tali terreni siano di proprietà dei Comuni.

Secondo l’interpretazione data da Alberto Germano la norma deve interpretarsi nel senso in cui, quando il comune è proprietario di beni collettivi, questi devono considerarsi solamente amministrati dall’ente locale, ma di fatto come di proprietà della collettività residente. Tale lettura è volta ad includere nell’ambito dei domini collettivi anche i beni di proprietà del Comune su cui la collettività esercita diritti di godimento. Tuttavia, tale assunto porterebbe, a mio avviso, ad una contraddizione logica del disposto. Infatti, se il dominio collettivo è caratterizzato dall’esistenza di una collettività i cui membri hanno in proprietà i terreni, come recita la norma, non possibile affermare che la disposizione sia altresì applicabile all’ipotesi in cui i beni siano di proprietà dei comuni. A riprova di ciò, l’articolo 1, comma1, lettera d) prosegue affermando che i diritti di godimento sono esercitati, da parte della collettività, su terreni che il Comune amministra o la comunità da esso distinta ha in proprietà pubblica o collettiva. Secondo il principio per cui ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, se il legislatore avesse voluto ricomprendere nella definizione di domini collettivi anche i beni di proprietà dei Comuni avrebbe dovuto dirlo espressamente formulando il disposto normativo in modo difforme. Ritengo che i beni collettivi di proprietà dei Comuni (e da questi non semplicemente amministrati) non rientrino nella definizione di domini collettivi.

Nel tentativo di uniformare il regime giuridico delle proprietà collettive già dotate di personalità giuridica a quelle non dotate di personalità giuridica che oggi appartengono formalmente al patrimonio indisponibile dei Comuni, il dettato normativo sembra dare per presupposto che, anche in tale seconda ipotesi, la proprietà sia sempre collettiva e non invece, come è, dell’ente territoriale. Se i membri della collettività hanno in proprietà i terreni, questi non possono essere anche al contempo di proprietà del Comune e viceversa. Fino a che tali beni non verranno trasferiti alla collettività o ad un ente dotato di personalità giuridica (pubblica o collettiva) emanazione della collettività stessa, tali beni apparterranno formalmente al patrimonio indisponibile del Comune, e pertanto non potranno rientrare nella definizione di domini collettivi data dal legislatore.

Il comma 2 dispone che: “Gli enti esponenziali delle collettività titolari dei diritti di uso civico e della proprietà collettiva hanno personalità giuridica di diritto privato ed autonomia statutaria.”

La disposizione è di fondamentale importanza, anzitutto perché accomuna sotto la medesima disciplina gli enti esponenziali delle collettività titolari del diritto d’uso civico che (almeno in Veneto) hanno personalità giuridica di diritto pubblico, agli enti esponenziali delle collettività titolari del diritto di proprietà collettiva, che (almeno in Veneto) hanno personalità giuridica di diritto privato, a questa seconda tipologia di personalità giuridica.

Se tale disposto riconduce nell’unica definizione di enti gestori di domini collettivi, comunioni familiari montane, comunalie, consorzi di utenti, università agrarie, beni sociali, vicinie, regole, comunelle, partecipanze agrarie, società di antichi originari, ius, consorterie, ademprivi, ASUC, ASBUC, frazioni eccetera, è legittimo chiedersi se il riconoscimento dei domini collettivi non sia, in parte, un’inutile superfetazione.

Il disposto attribuisce infine agli enti esponenziali delle collettività, qualora già non l’avessero, un rilevante grado di autonomia statutaria come verrà di seguito approfondito.

Beni collettivi di godimento

L’articolo 2, comma 1, riconosce come compito della Repubblica quello di valorizzare i beni collettivi di godimento in quanto: a)  elementi fondamentali per la vita e lo sviluppo delle collettività locali; b)  strumenti primari per assicurare la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale nazionale; c)  componenti stabili del sistema ambientale; d)  basi territoriali di istituzioni storiche di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale; e)  strutture eco-paesistiche del paesaggio agro-silvo-pastorale nazionale; f)  fonte di risorse rinnovabili da valorizzare ed utilizzare a beneficio delle collettività locali degli aventi diritto”.

Successivamente, il comma 2 dell’articolo 2 precisa che la Repubblica “riconosce e tutela i diritti dei cittadini di uso e di gestione dei beni di collettivo godimento preesistenti allo Stato italiano” e che “le comunioni familiari vigenti nei territori montani continuano a godere e ad amministrare loro beni in conformità dei rispettivi statuti e consuetudini, riconosciuti dal diritto anteriore”. Si tratta di una norma di salvaguardia in particolare, al secondo periodo, per le Regole Cadorine.

Il comma 3 dell’articolo 2 afferma inoltre che:

“Il diritto sulle terre di collettivo godimento si caratterizza quando si verificano le seguenti situazioni: a) avere normalmente, e non eccezionalmente, ad oggetto utilità del fondo consistenti in uno sfruttamento di esso; b) essere riservato ai componenti della comunità, salvo diversa decisione dell’ente collettivo.”

Anche questa disposizione dà luogo a dubbi interpretativi. Infatti, i diritti di uso civico non si estinguono per non uso. Tuttavia, la norma sembrerebbe affermare che il diritto di collettivo godimento cessa quando lo sfruttamento del fondo non è più normalmente esercitato.

Il successivo comma 4 dell’articolo 2 dispone inoltre che “I beni di proprietà collettiva e i beni gravati da diritti di uso civico sono amministrati dagli enti esponenziali delle collettività titolari”. Tale disposizione ricalca quanto già disposto dall’articolo 1, comma 1, lettera d), il quale afferma tacitamente che i terreni di proprietà collettiva possono anche essere amministrati dai Comuni, ma non afferma che i beni collettivi di proprietà dei Comuni siano della collettività.

Il disposto in esame prosegue affermando che: “In mancanza di tali enti i predetti beni sono gestiti dai comuni con amministrazione separata” e che: “Resta nella facoltà delle popolazioni interessate costituire i comitati per l’amministrazione separata dei beni di uso civico frazionali, ai sensi della legge 17 aprile 1957, n. 278”.

Ritengo dunque che in caso di mancata costituzione degli enti esponenziali delle collettività i beni, solo se di proprietà collettiva o gravati da diritti di uso civico, debbano essere gestiti dai comuni con amministrazione separa. Tuttavia, deve ritenersi ancora aperto il problema dell’assoggettabilità o meno alla normativa in esame dei beni che ancora oggi appartengono formalmente al patrimonio indisponibile dei Comuni in cui le popolazioni non abbiano costituito i comitati per l’amministrazione.

Come si concilia la proprietà dei comuni con la proprietà della collettività? La Legge, o esclude dal proprio ambito di applicabilità i beni di proprietà dei comuni, o afferma surrettiziamente che tali beni non siano dei comuni, bensì della collettività, con le conseguenti problematiche in termini di certezza del diritto. Non dovrebbe forse esserci un formale trasferimento della proprietà dal comune all’ente esponenziale della collettività titolare del diritto di godimento sui beni collettivi?

Il quinto ed ultimo comma dell’articolo 2 dispone infine che: ”I princìpi della presente legge si applicano alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano in conformità ai rispettivi statuti e alle relative norme di attuazione”.

Beni collettivi

L’articolo 3, rubricato “Beni collettivi” al comma 1, fornisce un’elencazione identificativa di tali beni, senza tuttavia giungere a definirli quali domini collettivi.

Sono dunque beni collettivi:

  • le terre di originaria proprietà collettiva della generalità degli abitanti del territorio di un comune o di una frazione, imputate o possedute da comuni, frazioni od associazioni agrarie comunque denominate” (lett. a);
  • “le terre, con le costruzioni di pertinenza, assegnate in proprietà collettiva agli abitanti di un comune o di una frazione, a seguito della liquidazione dei diritti di uso civico e di qualsiasi altro diritto di promiscuo godimento esercitato su terre di soggetti pubblici e privati” (lett. b);
  • “le terre derivanti: da scioglimento delle promiscuità di cui all’articolo 8 della legge 16 giugno 1927, n. 1766” sul riordinamento degli usi civici (lett. c). Si fa riferimento alla disposizione che ha sciolto senza compenso tutte le comunioni per servitù reciproche e per condominio attribuendo a ciascun Comune o a ciascuna frazione una parte delle terre in piena proprietà, corrispondente in valore all’entità ed estensione dei reciproci diritti sulle terre, tenuto conto della popolazione, del numero degli animali mandati a pascolare e dei bisogni di ciascun Comune e di ciascuna frazione (Cass., sent. n. 10748 del 1992, ha riconosciuto in materia una soggettività diversa della frazione da quella dell’ente di appartenenza ed autonomamente esercitabile);
  • le terre derivanti “da conciliazioni nelle materie regolate dalla predetta legge n. 1766 del 1927” (lett. c). Si ricorda al proposito che l’art. 29 della legge n. 1766 del 1927 prevede la possibilità in ogni fase del procedimento si liquidazione degli usi civici, di promuovere un esperimento di conciliazione, sia per iniziativa del commissario, sia per richiesta delle parti, le quali, per questo oggetto, potranno farsi rappresentare da persona di loro fiducia munita di speciale mandato.
  • le terre derivanti “dallo scioglimento di associazioni agrarie” (lett. c) ovverosia le associazioni di cui alla legge n. 397 del 1894 il cui elenco indica a titolo esemplificativo le Università Agrarie del Lazio, ricomprendendo, però, tutte le Associazioni od Università agrarie d’Italia;
  • le terre derivanti “dall’acquisto ai sensi dell’articolo 22 della medesima legge n. 1766 del 1927 e dell’articolo 9 della legge 3 dicembre 1971, n. 1102” (lett. c) il riferimento all’art. 22 della legge del 1927 sembra richiamare la possibilità, in caso di terreni poco estesi e necessità di divisione tra più famiglie, di aumentare la massa da dividere, consentendo a Comuni e associazioni di fruire delle agevolazioni per l’acquisto di nuovi terreni; l’art. 9 della legge del 1971 prevede che le Regioni, le Comunità montane e i comuni possano acquistare ed espropriare terreni compresi nei rispettivi territori montani non più utilizzati a coltura agraria o nudi o cespugliati o anche parzialmente boscati per destinarli alla formazione di boschi, prati, pascoli o riserve naturali.
  • le terre derivanti “da operazioni e provvedimenti di liquidazione o da estinzione di usi civici; da permuta o da donazione” (lett. c). Tale ultima previsione, a fini di chiarezza interpretativa, potrebbe essere suscettibile di una più puntuale formulazione.
  • le terre di proprietà di soggetti pubblici o privati, sulle quali i residenti del comune o della frazione esercitano usi civici non ancora liquidati” (lett. d)

Regime giuridico dei beni. Patrimonio antico, patrimonio civico o demanio civico

In base al comma 2 dell’art. 3: “I beni di cui al comma 1, lettere a), b), c), e) e f), costituiscono il patrimonio antico dell’ente collettivo, detto anche patrimonio civico o demanio civico”.

Tali beni, con la sola eccezione delle terre di proprietà pubblica o privata sui quali gli usi civici non siano stati ancora liquidati (lett. d), costituiscono il patrimonio antico dell’ente collettivo, detto anche patrimonio civico o demanio civico.

I commi 3 e 6 dell’articolo 3 definiscono il regime giuridico dei beni collettivi prevedendo la loro: inalienabilità, indivisibilità, inusucapibilità, la perpetua destinazione agro-silvo-pastorale e la sottoposizione al vincolo paesaggistico.

L’art. 142 del Codice dei beni culturali (D.Lgs. n. 42 del 2004), appositamente richiamato, prevede infatti che siano di interesse paesaggistico e sottoposti alla disciplina della tutela e valorizzazione dei beni paesaggistici, «le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici» (comma 1, lett. h). Il provvedimento precisa che, con l’imposizione del vincolo paesaggistico sulle zone gravate da usi civici, l’ordinamento giuridico garantisce l’interesse della collettività generale alla conservazione degli usi civici per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. Inoltre, la legge precisa che il vincolo è mantenuto sulle terre anche in caso di liquidazione degli usi civici.

Vincoli alla libera contrattazione di proprietà collettive montane

Il comma 4 dell’art. 3 della Legge in esame stabilisce che in relazione alle proprietà collettive di organizzazioni montane, anche unite in comunanze, comunque denominate, ivi comprese le comunioni familiari montane e le regole cadorine, sono fatte salve le previsioni dell’art. 11, comma 3, della legge n. 1102 del 1971. Tale richiamo normativo attribuisce a tali enti la facoltà di libera contrattazione dei soli beni acquistati dalle comunioni montane dopo il 1952.

Il comma 5 dell’articolo 3 stabilisce che: “L’utilizzazione di tale patrimonio dovrà essere effettuata in conformità alla destinazione dei beni e secondo le regole d’uso stabilite dal dominio collettivo”.

Regolamentazione regionale delle proprietà collettive montane

Il comma 7 dell’articolo 3 della Legge in esame prevede che: “entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni esercitano le competenze ad esse attribuite dall’articolo 3, comma 1, lettera b), numeri 1), 2), 3) e 4), della legge 31 gennaio 1994, n. 97”.

Pertanto, le regioni dovrebbero provvedere entro il 13.12.2018 al riordino della disciplina delle comunità montane nel rispetto degli statuti di tali organizzazioni disciplinando con legge i profili relativi ai seguenti punti:

1) le condizioni per poter autorizzare una destinazione, caso per caso, di beni comuni ad attività diverse da quelle agro-silvopastorali, assicurando comunque al patrimonio antico la primitiva consistenza agro-silvopastorale compreso l’eventuale maggior valore che ne derivasse dalla diversa destinazione dei beni;

2) le garanzie di partecipazione alla gestione comune dei rappresentanti liberamente scelti dalle famiglie originarie stabilmente stanziate sul territorio sede dell’organizzazione, in carenza di norme di autocontrollo fissate dalle organizzazioni, anche associate;

3) forme specifiche di pubblicità dei patrimoni collettivi vincolati, con annotazioni nel registro dei beni immobili, nonché degli elenchi e delle deliberazioni concernenti i nuclei familiari e gli utenti aventi diritto, ferme restando le forme di controllo e di garanzie interne a tali organizzazioni, singole o associate;

4) le modalità e i limiti del coordinamento tra organizzazioni, comuni e comunità montane, garantendo appropriate forme sostitutive di gestione, preferibilmente consortile, dei beni in proprietà collettiva in caso di inerzia o impossibilità di funzionamento delle organizzazioni stesse, nonché garanzie del loro coinvolgimento nelle scelte urbanistiche e di sviluppo locale e nei procedimenti avviati per la gestione forestale e ambientale e per la promozione della cultura locale.

Qualora le regioni non abbiano provveduto ad esercitare le competenze loro attribuite è attribuita agli enti esponenziali delle collettività titolari la facoltà di provvedere ai citati adempimenti con atti (amministrativi), da rendersi esecutivi con deliberazione della Giunta regionale. Una tale autonomia statutaria dovrà essere esercitata nel rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico e della Costituzione.

Infine, il comma 7 dell’art. 3 stabilisce l’abrogazione della norma transitoria di cui al comma 2 dell’art. 3 della legge n. 97 del 1994. Tale disposto prevedeva che, fino alla data di entrata in vigore delle norme regionali indicate al comma 1 della Legge n. 97 del 1994, continuassero ad applicarsi le norme vigenti alla data di entrata in vigore della medesima, in quanto con essa compatibili.

Priorità ai giovani agricoltori

Il comma 8 dell’art. 3 stabilisce che nell’assegnazione di terre-beni collettivi ai sensi della legge in esame, gli enti esponenziali delle collettività debbano dare priorità ai giovani agricoltori, come definiti a sensi della normativa UE.

Il Reg (CE) 17 dicembre 2013, n. 1305/2013 definisce un giovane agricoltore come “una persona di età non superiore a quaranta anni al momento della presentazione della domanda, che possiede adeguate qualifiche e competenze professionali e che si insedia per la prima volta in un’azienda agricola in qualità di capo dell’azienda” (art. 2).

Rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite

La Corte costituzionale (sentenza n. 210 del 2014), le cui argomentazioni si possono considerare valide anche per i domini collettivi, ha avuto modo di evidenziare come la materia degli usi civici abbia un forte collegamento funzionale con la tutela dell’ambiente e del paesaggio, che, in base all’articolo 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, spetta alla legislazione esclusiva dello Stato.

La materia dei domini collettivi è inoltre riconducibile anche all’ordinamento civile, attribuito alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.

Tuttavia, non sono mancati dubbi in merito ad una possibile violazione del riparto di competenze legislative delle regioni perpetrate da parte dello Stato.

Conclusioni

E’ dunque necessario chiarire se le norme in materia di domini collettivi accomunino sotto tale unica definizione tutte le fattispecie rientranti nella definizione di beni collettivi data dall’articolo 3 sovrapponendosi alle previgenti discipline normative con cui queste fattispecie sono già stata normate e in che modo la nuova normativa si coordini con le precedenti.

Infatti, ai sensi dell’articolo 15 delle Preleggi si ha abrogazione tacita di preesistenti norme di legge quando queste risultano incompatibili con quelle di una nuova legge o quando la nuova legge regola “l’intera materia” già regolata dalla precedente legge.